Clientelismo e meritocrazia

Riceviamo e volentieri pubblicahiamo dall'Ing. Paolo Pantani,

Il clientelismo identifica un comportamento, un modello di relazione tra persone animato dall'interesse e dallo scambio di favori che crea un danno agli altri e alla collettività. Nel clientelismo politico il suddetto modello di relazione viene esteso alle relazioni politiche e in particolare al rapporto tra politico ed elettore: il politico promette ed elargisce benefici in cambio di voti oppure tesse relazioni attraverso lo scambio di favori per occupare posizione di potere o di privilegio.

Le pratiche clientelari non comportano necessariamente la violazione di norme di legge o di regolamenti, ma comportano sempre la violazione dei principi di equità e giustizia e di norme etiche.

Il clientelismo generalmente danneggia i soggetti che sono scavalcati dai beneficiari delle pratiche clientelari, cioè i soggetti a cui sarebbe spettato il beneficio in assenza di comportamenti clientelari, e l'intera collettività poiché la diffusione di questi comportamenti è incompatibile con la meritocrazia e con forme di competizione virtuosa. Le pratiche clientelari in politica e nell'amministrazione pubblica generano inoltre un senso di sfiducia verso le istituzioni.

Gli effetti più negativi a livello sociale si manifestano quando la percezione della diffusione di comportamenti clientelari diventa talmente forte, che buona parte della società si convince della necessità di coltivare pratiche clientelari per non essere scavalcata da coloro che le attuano.

In Italia il clientelismo politico è stato molto utilizzato nella costruzione del consenso elettorale. Infatti, si parla di sistema clientelare della politica per indicare una anomalia dell'evoluzione della democrazia in Italia nel II dopoguerra. La particolare situazione geopolitica dell'Italia nel secondo dopoguerra aveva determinato da un lato una forte contrapposizione ideologica tra comunisti e democristiani, dall'altro la necessità di alimentare con ogni mezzo il consenso elettorale della Democrazia Cristiana. Per alimentare questo consenso le pratiche clientelari si rivelarono molto efficaci, tant'è vero che sono state talmente utilizzate dai partiti italiani che ne ha risentito la stessa organizzazione dello Stato. Per agevolare il controllo dei voti attraverso le pratiche clientelari è stata infatti favorita la proliferazione dei centri di potere, ovvero la cosiddetta struttura ad arcipelago dello Stato italiano, ma si sono moltiplicate anche le correnti politiche all'interno dei partiti, gli enti pubblici inutili, l'inefficienza e la corruzione nella pubblica amministrazione.

Probabilmente il clientelismo politico ha giocato un ruolo determinante anche nella seconda Repubblica. I politici non sono stati capaci di liberarsi dai vincoli e dai condizionamenti generati da un rapporto viziato con i propri elettori, dalle relazioni di tipo utilitaristico e dai rapporti "do ut des", che hanno condizionato e distorto il potere politico facendo prevalere interessi particolari sull'interesse generale e, in ultima analisi, determinato il fallimento di qualsiasi serio tentativo di riforma per la modernizzazione del paese.

Paradossalmente, uno dei rovesci della medaglia del clientelismo politico in Italia è stato l'indebolimento del potere politico nel lungo periodo.

La meritocrazia è la convinzione - o un sistema sociale fondato su tale convinzione - che i governanti debbano essere scelti per le loro capacità, piuttosto che per la loro ricchezza, la loro appartenenza familiare o lobbistica. La meritocrazia, termine coniato nel 1958 da Michael Young, è una combinazione tra merito ("bontà degna di lode o ricompensa") e aristocrazia, che significa "la classe più alta in alcune società." In un governo basato sulla meritocrazia, i leader sono scelti perché hanno una grande intelligenza e un buon giudizio, e non importa se provengono da famiglie disagiate e povere, l'importante è che siano i più adatti a governare.

Dispiace riconoscere che negli anni trenta, quando si dovette porre rimedio alla grande crisi economica del 1929, mussolini chiamò a dirigere l'I.R.I. l'Istituto Ricostruzione Industriale al socialista Aberto Benenduce, malgrado le proteste e le richieste di rimuoverlo di tutti i gerarchi perchè non aveva la tessera del partito fascista, mussolini rispose: "camerati , non è la tessera che fa l'intelligenza". Persino una dittatura che portò orrori micidiali riuscì a riconoscere il merito, tant'evvero che l'I.R.I., inventanto da Alberto Beneduce,esiste ancora oggi.

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