Soft Power intervista il professor Francesco Pira, sociologo e docente universitario di comunicazione e giornalismo

Francesco Pira, sociologo siciliano, è professore di comunicazione e giornalismo presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Messina, dove è Coordinatore Didattico del Master in “Manager della Comunicazione Pubblica”  e di Comunicazione Pubblica e d’Impresa presso lo IUSVE l’Università Salesiana di Venezia e Verona.

È  visiting professor presso l’Università Re Juan Carlos di Madrid e Docente Erasmus presso l’Università di Wroclaw Polonia. Svolge attività di ricerca nell’ambito della sociologia dei processi culturali e comunicativi. Ha intrapreso una battaglia personale con il bullismo, il cyberbullismo, il sexting, le fake news e la violenza sulle donne.

Su questi temi ha svolto ricerche e tenuto seminari in Italia e all’Estero per studenti, docenti e genitori. E’ componente del Comitato Scientifico dell'Osservatorio Nazionale sulla Comunicazione Digitale di PA Social e Istituto Piepoli ed è Vice Presidente con delega alla Comunicazione dell'Osservatorio Professioni e Imprese 4.0 di Confassociazioni.  Nel giugno 2008, per l’attività di ricerca e saggistica e giornalistica, è stato insignito dal Capo dello Stato, on. Giorgio Napolitano, dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e ha ricevuto numerosi Premi nazionali e internazionali. Ha pubblicato  numerosi saggi e articoli scientifici.

Professore, iniziamo da una frase di Zygmunt Bauman che è solito ricordare ad i suoi studenti durante le sue lezioni universitarie, "La generazione meglio equipaggiata tecnologicamente di tutta la storia umana è anche la generazione afflitta come nessun'altra da sensazioni di insicurezza e di impotenza.“...

Le nostre relazioni sono diventate molto più ansiogene. Scriviamo e pretendiamo subito la risposta.
L’era social ha modificato il linguaggio e la gestione delle relazioni interpersonali. Abbiamo nell’arco della giornata molti più rapporti social che rapporti sociali.
Sono tanti gli strumenti che abbiamo a disposizione. E noi adulti stiamo seguendo i più giovani nella digitalizzazione dei sentimenti, nella vetrinizzazione di qualunque performance. Ci si conosce in chat, si comunica attraverso app di tutti i tipi. Abbiamo bisogno di documentare tutto quello che facciamo, ogni istante, con un ritmo quasi forsennato. Cerchiamo ascolto, amicizia e amore sui social. Auspichiamo che qualcuno condivida il nostro post, un nostro pensiero, una massima, una foto. Aspettiamo il like o il cuoricino. E’ la gratificazione piena di quanto abbiamo scritto o pensato, o addirittura copiato.
Le parole vengono sostituite sempre più dalle immagini. Prima si raccontava agli amici cosa era successo, cosa si provava, le emozioni, le liti, oggi sembra quasi che se non si produce una storia su Instagram per documentare cosa stiamo facendo o è successo, non siamo credibili o riconoscibili.

Lei è un attento studioso delle teorie di Bauman ed ha avuto l'occasione di conoscerlo ed incontralo personalmente più volte. Qual è il messaggio che Bauman ci ha lasciato?

Ho conosciuto, nell’ottobre del 2011 a Roma, Zygmunt Bauman, sicuramente uno dei più grandi pensatori del ventesimo e ventunesimo secolo. Lo avevo ascoltato tantissime volte. Ho letto tutti i suoi libri, ho visto tutte le sue interviste televisive. E’ senza dubbio uno degli autori più citati nei miei testi insieme ai padri della sociologia. E’ stato uno dei pochissimi fumatori con cui ho condiviso (fumo passivo) più sigarette nella mia vita considerato il tempo trascorso insieme. Certamente non sempre condividevo il suo pensiero ma trovavo ogni sua riflessione frutto di approfondimento. Ogni sua frase aveva un “link” di riferimento, e generava ulteriori approfondimenti e nuove ricerche. Oggi ha raggiunto la sua adorata moglie: questo lo renderà felice. A noi che lo abbiamo studiato e stimato lascia un vuoto incolmabile. Conservo gelosamente un suo libro con dedica. Affronta il tema dell’identità come pochi altri hanno saputo farlo.

“Nel nostro mondo fluido impegnarsi per tutta la vita nei confronti di un’identità, o anche non per tutta la vita ma per un periodo di tempo molto lungo, è un’impresa rischiosa. Le identità sono vestiti da indossare e mostrare, non da mettere da parte e tenere al sicuro”.

E se questo accade nell’era dei social network, tutto si complica. Me lo aveva detto con grande convinzione durante l’International Communication Summit di Roma che avevo avuto l’onore di coordinare dove il professor Bauman tenne, una splendida Lezione Magistrale.

Il tema era quello delle rivoluzioni. Naturalmente partendo dal ruolo delle nuove tecnologie nei processi di mobilitazione attraverso il web. Per Bauman: “Facebook e i social media alterano il nostro modo di rapportarci con il mondo esterno. Rispecchiano il desiderio insito di emergere mostrandosi e offrono nuove forme comunitarie che vanno a sostituire le vecchie istituzioni ormai decadute. Ma quello che ne consegue è solo un mondo di surrogati che alimentano il bisogno tutto contemporaneo di schivare difficoltà e fastidi”.

Per Bauman: ”Mark Zuckerberg ha creato Facebook intercettando due fondamentali bisogni presenti nella società contemporanea: il desiderio di mostrarsi e mostrandosi di diventare qualcuno e la necessità di ritrovare una sensazione di appartenenza. Facebook va incontro in particolar modo alle esigenze degli emarginati, di coloro che soffrono, di essere qualcuno e di sentirsi parte di comunità di persone con le quali si condividono passioni, idee e interessi. Da una mia ricerca viene fuori una sorta di duplice impatto di Facebook sulle nostre relazioni con gli altri: sembra che ci si senta più vicini alle persone dalle quali siamo lontani e che si sentano più lontane le persone che ci sono vicine. Facebook risulterebbe quindi essere un mezzo efficace per rimanere in contatto con persone che vivono lontano da noi, amici che si sono trasferiti in altri paesi, persone conosciute durante i viaggi, ma allo stesso tempo sembrerebbe allontanarci da quelle che abbiamo vicino”.

Quello che mi ha sempre colpito di Bauman è il suo pensiero universale. Cose da lui scritte anni fa che restano di grandissima attualità.

“Noi siamo oggi – ci ricorda Bauman – un secolo e mezzo più tardi, consumatori in una società di consumatori. La società del consumo è una società di mercato: noi tutti siamo nel mercato e sul mercato, simultaneamente consumatori e beni di consumo”.

L'intelligenza artificiale è sicuramente uno straordinario strumento a disposizione dell'umanità, quali però i rischi di un uso improprio?

Il potere dell’algoritmo modifica la percezione del reale, altera i bias congnitivi in base ai quali definisco il frame e attribuisco veridicità ai contenuti a cui vengo esposto. Si realizza così una manipolazione che ha effetti profondi sui modelli culturali e cognitivi degli individui distorcendo i meccanismi di costruzione della fiducia e credibilità.

La polarizzazione dell’opinione pubblica ingenera violenza e paura e cristallizza opinioni e posizioni rendendo difficile l’opera di debucking e di ricostruzione della credibilità basata sulla ricerca della verità oggettiva.

Lo stesso Bauman evidenzia come la modernizzazione ha portato al prevalere della democrazia dell’economia sulla democrazia della cultura trasformandola in mercato industrializzato di massa della cultura, sottraendo perciò strumenti per l’interpretazione e riducendo sempre di più lo spazio per la creazione di una cultura collettiva a favore di un consumismo “culturale”, conseguenza dello sfaldamento dei legami sociali, di contenuti sempre più mordi e fuggi.

Michael Dukakis ed il Boston Global Forum mettono in guardia da un uso deviato dell'IA, proponendo addirittura un 'patentino' per chi ne fa uso, un po' come si fa con le armi. Lei è d'accordo con questa visione?

Già Karl Popper ci aveva provato con la televisione a lanciare questa idea. Non ha avuto un grande successo. Credo fermamente in un cambio di passo culturale. Sono venute meno le regole del gioco, nell’era della post verità perdono d’importanza i fatti oggettivi nel forgiare la pubblica opinione rispetto agli appelli, alle emozioni o alle credenze personali. Prevalgono le emozioni e le opinioni non necessariamente fondate sulla verità. La razionalità dei fini prevale sull’insieme di interessi e valori così si cerca di penetrare nell’opinione pubblica. La verità assume un’importanza secondaria è contestata da una politica emotiva appannaggio dei populismi.

Cito impropriamente Roberto Vacca, "Medioevo prossimo venturo"... In una società ad alto tasso di digitalizzazione e virtualizzazione il rapporto tra chi riesce a dotarsi dell'algoritmo più sofisticato e chi no, può determinare il potere dei primi e schiacciare chi non ha queste possibilità. Sarà la fine della democrazia, almeno per come oggi la intendiamo?

Lontani dalla visione di Castells I meccanismi sociali di scambio e condivisione di informazioni si basano sempre di più sul concetto di omofilia: le architetture delle piattaforme online favoriscono gli scambi comunicativi tra persone affini con cui non si genera dissonanza cognitiva ma anzi sono più interessanti per somiglianza sociale. In tale senso l’omofilia favorisce il potenziamento delle false credenze, così le interconnessioni si muovono all’interno di spazi chiusi, echo chambers.

La manipolazione dell’opinione pubblica attraverso le piattaforme social sta emergendo come una criticità che minaccia la vita pubblica. Nel mondo agenzie governative, partiti politici stanno sfruttando le piattaforme social per diffondere notizie spazzatura e disinformazione, esercitare censura e controllo, e minare la fiducia nei media, nelle istituzioni pubbliche e nella scienza. Nell’era in cui il consumo di notizie e sempre più digitale, l’intelligenza artificiale, i big data, gli algoritmi black box stanno influenzando la sfida alla verità e fiducia: i capisaldi della nostra società democratica.

Tornando al nostro microcosmo, questo blog si occupa di public affairs e, forse un po' ambiziosamente, si intitola 'Soft Power', qual è secondo lei lo stato della cultural diplomacy in Italia. Guardando il comportamento dei nostri politici assistiamo ad una versione 2.0 della solita propaganda e demagogia esercitata ai fini del mero aumento del consenso, possiamo aspettarci in futuro una classe politica più preparata e consapevole su come si aiuta una nazione, l'Italia, a progredire?

La disintermediazione senza strumenti e capacità d’interpretazione fa credere che la semplicità e la libertà di utilizzo si trasformino in assiomi di verità, dove tutto il processo di costruzione identitario e di formazione di conoscenza è centrato sull’io-utente. Si assiste ad un consumismo esponenziale di informazioni che genera un’economia basata sul bit. Il dato, l’informazione è il bene economico per eccellenza, ne sono la dimostrazione i numeri finanziari generati dai big player dell’industria mediatica. Ciò che è percepito come esercizio di libertà dagli individui – utenti, è generatore di business per i pochi attori economici che controllano questa immensa mole di dati circolanti, che continua a crescere in modo esponenziale.

Il rischio più evidente è quello di soccombere a quel determinismo tecnologico a cui fa riferimento Morozov, che evidenzia come la «caratteristica più pericolosa del soccombere al determinismo tecnologico è che esso ostacola la nostra consapevolezza della situazione sociale e politica, presentandola invariabilmente come tecnologica. La tecnologia in quanto categoria kantiana della visione del mondo probabilmente è troppo espansionistica e accentratrice, assorbe tutto ciò che non è stato ancora adeguatamente compreso e categorizzato, senza curarsi se le sue radici e la sua natura siano o meno tecnologiche.»

I dati che emergono dall’indagine IPSOS MORI – Social Research Institute (2018) condotta in 27 paesi evidenzia come vi sia a livello globale una falsa percezione da parte degli individui sull’impatto che le notizie false, post-verità e i filtri dei motori di ricerca e dei social network hanno sulle proprie vite e su quelle degli altri. Il 65% pensa che le altre persone vivano in una bolla su Internet, per lo più in cerca di opinioni con le quali sono già d'accordo, ma solo il 34% afferma di vivere in una propria “bolla”, il 63% è fiducioso di poter identificare notizie false, ma solo il 41% pensa che gli altri siano in grado di farlo; il 58% pensa di essere meglio della media nell’individuare notizie false, solo il 28% pensa di non essere in grado di individuarle; il 60% pensa che le altre persone non si preoccupano più dei fatti, credono solo quello che vogliono, il 59% pensa di avere una migliore comprensione delle realtà sociali come i tassi di criminalità rispetto alla persona media, solo il 29% pensa di no.
In questo clima siamo andati a votare alle Europee. Certi che quello che abbiamo letto, non verificato e molto spesso condiviso, può essere falso. Che quello che ci è stato narrato dalle nostre cascate informative può essere quantomeno discutibile o opinabile. La deideologizzazione ha creato appiattimento, estremismi, violenze verbali e fisiche. Addio alla retorica, alla forma ma soprattutto ai valori e ai contenuti. Il linguaggio è sempre più aggressivo. Devo essere sincero? Non sono ottimista.

Ma non perdo la speranza. Dobbiamo questo a chi viene dopo di noi. Dobbiamo recuperare il rispetto per l’altro. Quella pedagogia istituzionale minima che abbiamo dimenticato. Oggi se una cosa non ci piace nella migliore delle ipotesi aggrediamo chi rappresenta le istituzioni sui social. Nella peggiore picchiamo insegnanti, sindaci, forze dell’ordine. E’ una società piena di paure. Insicura e fragile. Seneca diceva: Anche se il timore avrà sempre più argomenti, tu scegli la speranza”. Io l’ho fatto. Spero saremo in tanti.

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