SoftPower intervista Lorenzo Lisi, un manager italiano in California


Nato e cresciuto a Firenze, dove ancora oggi vivono i suoi genitori e gli amici, Lorenzo Lisi si è trasferito ormai da tre anni in California, a Los Angeles, dove ha fondato la società Rome to LA che si occupa di Business Consulting, ovvero consulenza finanziaria, fiscale, legale e commerciale per le aziende Italiane che desiderano entrare nel mercato Americano.

Nato nella splendida Firenze, molto amata dagli americani, lei oggi vive la propria quotidianità negli Stati Uniti… Sogno che si avvera o scelta forzata?

Fin da piccolo il fascino delle spiagge Californiane unite al clima ed alla bella gente del Cinema di Hollywood mi hanno conquistato. Sono sempre stato attratto dal cosiddetto ‘sogno americano’ ovvero dalle possibilità di lavoro e di successo che il sistema Americano pone alla base delle sue regole. Non è stata assolutamente una scelta forzata, sono venuto a Los Angeles – come tantissimi altri prima di me – per portare l’italianità ed il made in Italy tanto apprezzato a queste latitudini.

Quando ha deciso di trasferirsi, famiglia al seguito, in California?

Avendo sperimentato i limiti del mercato Europeo, mi sono convinto che era il momento di mettermi in gioco ancora una volta e creare nuove opportunità lavorative per me e per le aziende Italiane che, per qualità e professionalità, non sono seconde a nessuno. Il gusto e la capacità creativa degli italiani non hanno eguali da nessuna altra parte del mondo, se poi si uniscono le capacità realizzative ed innovative ecco che si trova il giusto driver per conquistare il mercato Americano.

Lei infatti aiuta le imprese italiane ad essere presenti sul mercato americano, può raccontarci un caso di successo fra le imprese che ha assistito?

Ho avuto il piacere in questo senso di assistere una multinazionale italiana, operante in campo ingegneristico, che oggi risiede a San Francisco e lavora stabilmente nella Silicon Valley, il polo tecnologico nei cui garage e poi nei laboratori sono nate le più importanti e rivoluzionarie tecnologie mondiali. In pochissimo tempo questa società si è insediata con un suo branch inserendosi nel circuito delle startup americane, il mio apporto è stato decisivo nel permettere a questa società italiana di ottimizzare gli investimenti ed evitare di fare i classici errori che le imprese italiane fanno all’estero.

Quali suggerimenti darebbe ad una impresa italiana che intenda essere presente negli Stati Uniti?

Ovviamente di contattarci e valutare la fattibilità di un piano di investimenti sul mercato americano … Il mercato Americano ha bisogno di constatare la presenza nel proprio territorio delle aziende straniere che vogliono fare business, è una questione di credibilità e solidità che si trasmette con la presenza fisica e che i buyer americani hanno bisogno di percepire. Aprire una società negli Stati Uniti è estremamente facile e molto veloce, si può esser operativi in 10 giorni, ma a fronte di questa ‘semplicità’ bisogna avere un piano chiaro ed efficace evitando di improvvisare.

Quindi come dovrebbe procedere esattamente una impresa itaiana che intenda aprire un “branch” negli USA?

Il consiglio fondamentale è quello di non vedere il mercato solo nell'ottica del proprio prodotto, ovvero di pensare che il prodotto si venda da solo perchè innovativo o migliore degli altri. Il mercato americano va conquistato seguendo le regole che lo contraddistinguono, quindi va studiata la concorrenza, va preparata della documentazione specifica per il mercato Americano che rappresenti ed esaudisca tutte le loro richieste ed aspettative. Infine, ma non meno importante, bisogna costruire il brand e fare un piano marketing appositamente studiato per il mercato target, passo fondamentale per avere successo.

Tornando in Italia… Non le manca la sua città?

Vivo la “fiorentinità” da quando sono nato, sono innamorato della mia città, la sua storia, i suoi monumenti, la sua capacità di fare innamorare il mondo della sua bellezza. Firenze continua ad essere ancora la mia fonte d’ispirazione primaria, la mia musa, anche se oggi non la vivo più quotidianamente.

Neanche un po’ di nostalgia?

Stare lontano dal mio Paese mi da una motivazione in più a dare il meglio di me stesso in tutto quello che faccio. La mia vita professionale negli Stati Uniti mi ha dato tanto, sia in termini di qualità della vita sia nelle relazioni professionali e private, ma non sarebbe stata la stessa cosa se non fossi a mia volta un ‘prodotto del Made in Italy’. Potremmo quindi dire, alla fine, che vivo negli Stati Uniti perché amo l’Italia e sono fiero di rappresentarla nel più grande mercato mondiale in cui siamo presenti.

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