Tanti perché non trovano ancora risposta in Italia: cultura non profit o profit?


Che “con la cultura non si mangia”, lo ricordava solo qualche anno fa, senza tanti giri di parole, un ministro dell’economia e delle finanze: Giulio Tremonti. Ed ho sempre pensato che, un fondo di verità, alla base del suo ragionamento, ci fosse ed ancora oggi c’è!

Se intendiamo “fare cultura”, nell’accezione comune, in gran parte recepita ancora così: come momento per allietare lo spirito, l’anima (forse anche i buoni sentimenti), fino ad arrivare ad essere assimilato ad un momento di periodico svago quotidiano, settimanale, vacanziero (concesso o concedibile) alla pari di un’attività fisica o sportiva.

Un “benessere della mente”, almeno per i fruitori. Ma proviamo ad invertire l’ordine dei fattori: tutto questo vale anche per chi “produce cultura”? E qui, senza mezze misure, si apre un dibattito e confronto sempre acceso; anzi in questi ultimi tempi infuocato! Ma se ad un pubblico è sempre più scontato richiedere la corresponsione di un biglietto d’ingresso per assistere ad un concerto, per visitare una mostra e che -diciamolo subito- copre mediamente, a seconda dei casi, al massimo un 15-30% dei costi di realizzazione ad essere molto ottimisti, pretendere (sì: pretendere!), esigere una corresponsione economica a favore di artisti, maestranze, operatori culturali per la realizzazione di spettacoli, eventi, manifestazioni non è del tutto scontato.

Allora, forse, dobbiamo veramente dare ragione al Prof. Tremonti e la battuta (sicuramente infelice se decontestualizzata) non era poi così balzana e lontana dalla realtà? Dobbiamo ritenere che cultura e lavoro sono termini inconciliabili fra loro? Pensare che occuparsi di cultura non è lavorare? Riflessioni tutte legittime, in particolare quando spostiamo l’attenzione al problema (serio!) dal comparto “pubblico” a quello “privato”.

Dall’Istituzione (nel settore culturale, di solito e prevalentemente, appannaggio ministeriale, regionale, comunale, fondazioni dedicate o bancarie) a quello imprenditoriale (che opera ed è soggetto a tutte le regole di qualsivoglia intrapresa professionale ed aziendale). Fra questi due poli letteralmente agli antipodi (anche se oggi aperture intelligenti al dialogo sono fortunatamente sempre più frequenti) si colloca un importante polmone culturale costituito prevalentemente dal mondo dell’associazionismo: variegato, frastagliato, organizzato in forme giuridiche talvolta disparate (basta leggere qualche statuto), dove spesso e volentieri anche la mission è borderline, nella migliore delle ipotesi almeno ibridata.

Se da una parte ben vengano attività culturali promosse dal volontariato (sempre apprezzabili fino a quando non celano doppi fini, può capitare!) contestualmente bisogna accettare chi, magari, decide di costruirci una professione, un futuro, guadagnarci e viverci. Più che lecito, se poi non trovare fra i fautori di modelli di “impresa culturale” i primi a storcere il naso. Comprensibile, seppur non giustificabile, accettare riserve e critiche da chi, magari, proviene dal mondo accademico e scientifico (che pur tuttavia uno stipendio conserva per occuparsi di cultura: vero?), un po’ meno da chi fa il dopolavorista o il pensionato di turno e che si dedica alla cultura: detto fra noi i peggiori anche per tasso di “incompetenza”, fatte le dovute eccezioni del caso.

E, stranamente, molte amministrazioni pubbliche periferiche si affidano a tali soggetti; per poi esortare il professionista a “dare una mano”, ovviamente pro caritate dei. Il peggio del peggio, come possibile situazione e scenario. Tutto ciò denotando mancanza di cultura (nel valore più etimologico del termine), sensibilità ed anche una certa ignoranza della materia. Quando poi viene perseguita “ad arte” da alcuni assessorati alla cultura, con un principio di pseudo sussidiarietà, del “vogliamoci tutti bene”, direi diabolica.

Forse è veramente arrivato il momento di mettere mano a questo complesso (ed anche fastidioso) dualismo fra non profit e profit in ambito culturale. Una prova di coraggio anche a livello centrale e ministeriale (dove la problematica è più che conosciuta) auspicabile! Per certo occorrono regole e, soprattutto strumenti, ancora ben lontani da essere studiati ed affrontati in tavoli di lavoro. C’è necessità, in materia, di meno improvvisazione e più concretezza.

Giuseppe Pino
Owner & Founder della “Pino Management & Partners”

Advisor specializzato in finanza straordinaria e strutturata d’impresa, attaulmente è anche Presidente di CONFASSOCIAZIONI SUD ITALIA, VicePresidente nazionale di CONFASSOCIAZIONI Cultura Spettacolo Moda con delega alle Istituzioni Museali e Teatrali. Socio di AIFIRM (Associazione Italiana Financial & Industry Risk Managers). In precedenza ha ricoperto ruoli manageriali in importanti Istituti di Credito, Compagnie di Assicurazione, Multinazionali ed è stato senior partner & associato in primarie Società di Consulenza di Alta Direzione. Ha partecipato e seguito operazioni di M&A a livello nazionale ed internazionale. Collabora da oltre dieci anni con i principali Studi Italiani Tax & Legal, Fondi di Private Equity & Venture Capital e Investitori Istituzionali. Da diversi anni dedica particolare attenzione anche ai "management culturali" ed ai "modelli di organizzazione economica delle imprese culturali". Collabora con diverse riviste specializzate, fa parte del comitato scientifico per la collana "ProgettArte" della casa editirce Onorati. E' laureato in Scienze dell'Amministrazione ed in Discipline dell'Arte della Musica e dello Spettacolo con il massimo dei voti.

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