Banche: il posto sicuro che non c’è più!


Articolo del Dott. Giuseppe Pino, Pino Management & Partners

In tempi ormai lontani, oltre vent’anni fa, ebbi a dire che la figura professionale del bancario (posto fisso ambito per eccellenza) sarebbe da lì a poco geneticamente mutata. E non tanto per l’avanzare -in quel periodo- di frotte di promotori finanziari. Semplicemente perché il comparto del credito stava iniziando a vivere una nuova stagione.

Costellata dalle prime fusioni-acquisizioni (impensabili fino al giorno prima dell’annuncio), dalla dismissione di asset controllati (non ritenuti più strategici o core business) e riallocati sul mercato. Stava, silenziosamente avanzando, da una parte la prima rivoluzione bancaria che porterà alla creazione di grandi Gruppi, dall’altra un processo incalzante di digitalizzazione di attività e operazioni. Conseguenze immediate, una necessaria riorganizzazione delle reti distributive e un diverso presidio dei territori.

Un terremoto! Se immaginiamo quanto fosse “sacro e curiale” quel mondo. Dove pensare di cambiare anche una sola virgola della “liturgia del messale” richiedeva tempi biblici. Ed ancora i devastanti scandali bancari erano lontani. Anche se, personale convinzione, hanno poi segnato (e non poco) una fase di processi di destrutturazione e ristrutturazione del sistema. A seguire, espressione di un vero e proprio giro di vite che venne imposto dalle varie authority. A partire inizialmente da Banca d’Italia, successivamente anche da BCE, Consob e tutta un’altra serie di organismi di vigilanza e controllo nati o affinatisi nei primi anni Duemila. Di pari passo maturò -seppur con maggiori resistenze- diversa consapevolezza a carico delle governance bancarie. Meno notarili, più operative, più partecipative, più attente a problemi considerati per molto tempo secondari e di competenza di filiere direttive di seconda fascia.

Mutò profondamente, sempre in quel contesto, anche lo spettro di autonomia decisionale e dell’assunzione di responsabilità. Il problema della redditività e delle marginalità cominciò a diventare un argomento molto serio e sentito. Anzi, l’argomento cardine (non mancava mai in nessuna riunione) posto al centro e da dove, a raggiera, si dipanavano tutti gli altri. I più significativi: costi elevati e non sostenibili, rendimenti bassi o, addirittura, azzerati; a tal punto da richiedere al correntista un interesse passivo da aggiungere a costi di tenuta conto, bolli e tassazione.

Il paradosso dei paradossi. Quasi ad incentivare, parallelamente, la politica del “materasso salvadanaio”: i risparmi non frutteranno, ma rimarranno almeno tali al netto dell’inflazione e furti in appartamento. Ed in tutto ciò cosa c’entrano processi di digitalizzazione e riduzione di personale. Siamo così certi che costituiscano il nocciolo del problema? Dove ricercare la colpa o l’origine del vortice che ha investito il comparto del credito? O, forse, sono solo il paravento, dove è più facile trovare rifugio quando le intemperie economiche salgono oltre il livello di guardia.

Poco si parla, a differenza, degli “investimenti finanziari diretti” (cosiddette attività proprie) che molte banche hanno sbagliato e sistematicamente reiterato negli anni. A caduta, interessato (parzialmente) anche la clientela. Verrebbe da dire: un tempo si sbagliava meno. Oppure eravamo in presenza di una classe dirigente ed un ceto bancario maggiormente formato. Perlomeno più attento e prudente nonostante minori strumenti analitici e di verifica a disposizione.

Altro aspetto: sofferenze, crediti deteriorati o inesigibili. Ci sarebbe un discorso molto lungo e articolato da fare. Ma non è questo il tema dell’intervento. Però sostenere (o far credere) che possano rappresentare per una banca il maggior guaio odierno per andare in default, compromettenti anche in termini di sostenibilità o meno di politiche e costi del personale, non corrisponde al vero. Nemmeno analizzando dati strettamente numerici. Dispiace ripeterlo: ma a generare difficoltà nel novero della gestione delle risorse umane, restano prevalentemente imputati errati investimenti, carenze di governance (in particolare in concomitanza di fusioni-acquisizioni-dismissioni) e solo in pochi casi a fronte dell’utilizzo massivo di nuove tecnologie.

Non sono, di per sé, le macchine a sottrarre lavoro all’uomo. Perché succede -né più né meno- di quanto accade a qualsiasi azienda quando un imprenditore fa le medesime cose: sbaglia investimenti, fa operazioni di M&A con troppa facilità o leggerezza, si affida ciecamente a Impresa 4.0 come panacea risolutrice di tutto in attesa di un futuro migliore. Niente di più subdolo e deviante per perdere di vista obiettivi e traguardi. Elaborare piani industriali buoni sulla carta, poco efficaci nella pratica. In conclusione.

 Se per un giovane dei miei tempi, ambire ad un posto in banca, significava avere certezze, aspirare ad un ruolo e rango sociale elevato, agiato, una retribuzione annua superiore ad altri comparti, con una 14esima mensilità e due premi di produzione (di fatto: una 15esima ed una 16esima), possibilità di carriera, oggi cosa è rimasto di tutto ciò? Direi molto poco. A fronte di un universo ormai intriso di tanta precarietà, come in altri impieghi. Ammesso e non concesso -poi- che un giovane d’oggi ambisca ancora a far parte di questa casta. Un tempo si sarebbe chiamata anche così.

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