La nuova via della cultura a rischio pandemia?


Articolo del Dott. Giuseppe Pino, Pino Management & Partners

Cosa resterà (sarà) del gemellaggio culturale “Italia-Cina 2020” siglato lo scorso anno è forse prematuro ipotizzarlo. Sta di fatto che la vicenda coronavirus, paradossalmente, sembra averlo infettato ancor prima dei possibili contatti veri e propri. Scarsa attenzione è stata dedicata a questo singolare (quanto unico) protocollo di azioni vere, più che di intenti. Nato, fra l’altro, con la benedizione del Mibact: rimasto –già a suo tempo- fedele sostenitore della progettualità, nonostante l’avvicendamento al dicastero dei ministri Bonisoli e Franceschini. Comprensibile: le priorità sono ben diverse.

Ma è altresì risaputo come le “nostre” economie della cultura, virus o non virus, da sempre stentano a decollare, ad essere volano e trazione di una nostra “Economia Paese”. Tutto ovviamente percepito (e non concepito) da molti interlocutori internazionali. Non basta il solito mantra: “Avessimo noi il vostro patrimonio…” declinato in tutte le lingue del mondo. Per continuare, impunemente, a far orecchie da mercante e crogiolarci in luoghi comuni come: “La cultura è il nostro petrolio…” per un verso; per l’altro: “Con la cultura non si mangia…”.

Facce diverse di una medaglia e di un Paese pieno di contraddizioni, anche culturali. Magari, poi, fossimo veri mercanti. Nell’accezione più genuina del termine. Perché da una parte vorremmo provare anche a vendere il nostro “prodotto culturale”. Dall’altra pretenderemmo sempre un ascolto qualificato e strutturato. Quando, purtroppo da decenni e decenni, la nostra “povera Patria” ha quanto più dequalificato e destrutturato non solo patrimoni (musei, teatri: già di per sé fatto grave), ma altrettanto mortificato (a diverso titolo: sia nel pubblico, sia nel privato) intere filiere di addetti ai lavori. Il 2020 doveva rappresentare un anno speciale fra Italia e Cina in occasione della ricorrenza-celebrazione del 50° anniversario dell’inizio delle relazioni diplomatiche fra i due Paesi. Sappiamo quanto nel continente asiatico, in particolare in Cina, siano cultori e appassionati del nostro “Bel canto” (l’opera) e della nostra storia dell’arte. Un eccezionale collante naturale.

Quanto basterebbe a prefigurare processi di internazionalizzazione, non da meno di come accade con successo in altri settori: ad esempio nel food &beverage, nel luxury. Addirittura, lo scorso anno, per agevolare anche interscambi turistici (sia in outgoing, sia in incoming) Enac e la corrispondente agenzia del volo cinese avevano annunciato -per il 2020- un raddoppio settimanale delle tratte fra i due Paesi: da 56 a 112. Ad oggi, al momento che scrivo e per ironia del destino, tutti i voli sono ancora sospesi per prevenire possibili pandemie. Ma non sono gli unici riscontri negativi. Qua e là si cominciano a leggere “numeri da Caporetto” riconducibili e imputabili alla calamità sanitaria abbattutasi come un fulmine a ciel sereno sull’economia internazionale, compresa quella italiana.

Non solo in termini di PIL, quanto piuttosto in valori previsionali di complessiva regressione di futuri fatturati e scambi commerciali. Indicatori che spaventano e toccano la carne viva di molti imprenditori. In particolare di quelli che, con tenacia e costanza, hanno saputo conquistarsi la fiducia del mercato cinese. Forse un po’ più di cautela nelle analisi e scenari descritti sarebbe stata auspicabile. Ovvero, con un atteggiamento prudenziale, provare a guardare le cose a bocce ferme. Proprio per questo, almeno in ambito culturale, va dato atto al ministro Dario Franceschini di essere immediatamente intervenuto dichiarando -qualche giorno fa- che nessuna iniziativa del protocollo “Italia-Cina 2020” è stata al momento annullata.

L’ottimismo ben venga, anche se è difficile non pensare ed immaginare a qualche pur minima ripercussione. Anche a fronte, come tutti auspichiamo, di un rientro dall’emergenza coronavirus. Ma almeno per una volta “sogniamo” che sia proprio la cultura a fare da apripista in un ritrovato itinerario sulla “via della seta”. A contrassegnare una ripresa tanto veloce quanto rapida!

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