Intervista all'Avvocato Lucia Tuccitto, segretario della sede di Catania dell'Associazione Donne Giuriste Italia

Lucia Tuccitto, avvocato civilista, politico, siciliana, lavora a Catania dove ha lo studio. Si occupa di rapporti commerciali e di affari; attiva nel sociale; responsabile culturale dell’associazione Tersicula di cui è socia fondatrice; segretario dell’Associazione Donne Giuriste Italia, sede di Catania.

La crisi mondiale scaturente dalla pandemia da Covid -19, quali cambiamenti porterà nel mondo e nella società in cui viviamo.?

Il 2020 passerà alla Storia e con molta probabilità, ci stiamo incamminando verso un mondo diverso da quello sino ad oggi conosciuto. La portata devastante ed irruenta della pandemia è colossale perché di fatto ha colpito ogni angolo di mondo. Anche il diritto ed i processi decisionali sono stati stravolti; ad esempio, l’uso dei DPCM in Italia, le limitazioni delle libertà personali, i conflitti di poteri con le Regioni, tutte cose impensabili fino a pochi mesi fa, oggi, invece, sono non solo attuali ma possono costituire precedenti importanti per future decisioni o costituire l’anticamera di nuovi assetti. Le nuove forme di lavoro, ad esempio di cui tanto si è parlato, porteranno stravolgimenti nell’organizzazione delle città.

Quindi è una crisi globale che porta tutto il mondo verso i nuovi equilibri, quali scenari politici dobbiamo aspettarci: populismi, sovranismi, liberismi?

Tutti questi mutamenti vanno governati, non c’è dubbio. Il mondo anche prima del coronavirus non stava benissimo. La realtà è molto complicata e la classe politica mondiale, priva di sostegni culturali e di valori forti, si è trovata incapace di interpretare il presente e non in grado di profetizzare percorsi futuri. La classe politica, quindi, impreparata, ha preferito, interpretare il malcontento della gente, promuovendo soluzioni semplici a problemi complessi, ovvero, creando alibi, favorendo la individuazione di colpevoli “fuori da sé”. I populismi, per esempio, promettono al popolo qualsiasi cosa, anche quando sanno che non è realizzabile.

E l’Europa come ne uscirà?

L’Europa, la vecchia Europa, lenta nelle decisioni, dopo lo shock iniziale in cui ha reagito con estrema chiusura, e sotto questo profilo è stata enormemente ingenerosa con l’Italia, uno dei paesi fondatori, ha poi lentamente ripreso il suo giusto ruolo. Anche il processo di cambiamento dell’Europa va fortemente governato; è necessario pensare e ragionare in un’ottica di conservazione ed evoluzione dell’Europa, è necessario sognare nuovamente un’Europa che sia degli europei e non dei burocrati e che sia un’Europa delle Regioni, dove le Regioni del Sud-Europa diventino protagonisti. Per fare ciò è necessario riaprire un serio dibattito sui principi fondanti l’europeismo partendo dalle grandi famiglie liberali, socialiste e popolari, le uniche in grado di potere trovare nel loro interno le nuove visioni.

L’Europa del Recovery fund sta andando verso questa direzione?

Diciamo che l’accordo raggiunto sul RF è frutto di un vero e proprio conflitto che ha radici antiche. La compattezza dei paesi c.d. frugali, a tratti è sembrata eccessiva soprattutto nel loro voler fare da “controllori dei conti”, ma viene da lontano, da anni di spesa pubblica incontrollata da parte di alcuni paesi, tra cui l’Italia. Non è interamente egoista l’atteggiamento di questi Stati, hanno assistito ad anni di spreco di denari pubblici. Diciamo che la pandemia sta fornendo all’Europa, ed ai suoi tanti sbagli, una seconda opportunità. Però è anche vero che probabilmente, l’accordo sul RF ci dimostra che l’Europa si sta spostando sempre più verso il Nord Europa. La vera sfida è per i paesi come l’Italia, quella di utilizzare questa nuova opportunità per invertire la rotta e spostare l’asse della bussola verso il Mediterraneo, per farlo ritornare protagonista di questa parte del mondo, come storicamente è sempre stato.

In Italia il dibattito è stato molto accesso tra RF e MES, perché?

L’Italia è una democrazia immatura in cui ogni scelta viene ideologizzata, nonostante viviamo in un’epoca post ideologica. In realtà come ha sottolineato il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, i fondi europei «andranno pagati e per questo devono essere spesi bene, in infrastrutture e progetti utili». Sotto questo profilo il dibattito è pertanto evanescente. L’Italia ha un gap economico importante da dovere superare che viene da prima della crisi pandemica; ha un deficit infrastrutturale considerevole; ha un paese diviso che viaggia, non più a due velocità, bensì a diverse velocità. Ha una gerarchia burocratica imponente su cui bisogna agire senza esitazione. 

 L’idea che i soldi pubblici dell’Europa debbano essere gratis, è un vecchio retaggio culturale ed assistenzialista che non funziona con il mondo attuale. Se un imprenditore ha un’idea e chiede che venga finanziata, non chiede soldi in regalo, sa che li deve restituire e pagare, ma se crede nell’idea, accetta la sfida. Ecco l’Italia deve ritrovare un’idea di sé, in cui credere. Il Mes, per certi versi, ci sarebbe costato meno ed in ogni caso va preso in quanto sono soldi subito spendibili che servono urgentemente. L’opportunità di potere investire in prevenzione sanitaria e sanità in genere può essere un’occasione da cogliere anche per avviare un risanamento del paese e per colmare il divario tra Nord e Sud. Uno Stato forte nei servizi è uno stato che dà fiducia. 

 Con il RF l’Italia ha davanti una grande sfida: attuare un grande piano di sviluppo per un Paese non più diviso a due velocità; e per fare ciò è necessario avere piani d’azione che tengano nel dovuto conto le differenze morfologiche del paese puntando a valorizzare le differenti risorse che fanno dell’Italia un paese straordinario. Il sud ha bisogno di un ingente investimento infrastrutturale in un’ottica di sostenibilità ambientale, sociale ed economica che valorizzi le sue bellezze naturali. Porti, aeroporti, interporti, strade, ferrovie che lo rendano competitivo nella logistica, il resto verrà da sé in quanto la naturale collocazione e le naturali bellezze faranno il resto. 

Il sud non più come consumatore “assistito” ma come ingranaggio di un’Italia unita da Sud a Nord. L’Italia deve investire senza timore, buttare il cuore oltre l’ostacolo, in istruzione ed infrastrutture guardando alla sostenibilità e solo così potremo veramente diventare un paese competitivo ed europeo in panorama internazionale.

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